IL TABÙ DEL FALLIMENTO E LA STRADA PER LA FELICITÀ
«Cercasi 15 esperti ad elevata specializzazione a tempo pieno e a titolo gratuito»
Così recita un avviso pubblico del Mur, Ministero dell’università e della ricerca Così iniziava un post di Factanza che se volete approfondire trovate sulla loro pagina di Linkedin. Eppure nonostante si raccolgano dati , e la comunicazione su questi temi, per così dire caldi, ci sia, restiamo attoniti di fronte al cambiamento.
E anzi, sembra quasi che non riusciamo a gestirlo, il cambiamento, e che forse sotto sotto ci va bene così.
Quando racconto a mia nonna la mia situazione, o quella di alcuni colleghi e amici, lei si stringe nelle spalle e mi chiede “e perché non scendete in piazza tutti insieme e manifestate contro lo Stato che non vi tutela?”
Sinceramente penso abbia ragione… una volta, non troppo tempo fa, quando qualcosa non andava bene la gente cercava di cambiare la situazione e giù in piazza a protestare, a gridare insieme contro un nemico comune.
Oggi nessuno muove più un dito, forse per paura o forse per mancanza di ideali comuni, di valori che ci facciano sentire meno soli?
Non saprei, quello che so è che la situazione si fa sempre più scoraggiante, e il mercato del lavoro non ci aiuta. “Come ha rilevato l’ISTAT, i Neet (i giovani che non lavorano e non studiano) sono il 23,1% delle persone tra i 15 e i 29 anni: praticamente 1 ogni 4”.
E Factanza continua “Ogni 100 ragazzi, 20 sono disoccupati, 39 hanno un contratto a termine o part time involontario, 18 sono in povertà assoluta e 68 vivono a casa dei genitori”.
Siamo alla costante ricerca di realizzazione, come se senza non riuiscissimo davvero a diventare qualcuno. Il che non è di per sé un male. Solo che in questa società che scoraggia e non invoglia, diventiamo pecore con un unico obiettivo che seguono a testa bassa il gregge, per evitare la solitudine, o il fallimento.
Eppure è proprio il fallimento che aiuta a diventare qualcuno, è proprio dagli errori che impariamo le più grandi lezioni della vita.
Ciò che siamo dipende da ciò che facciamo, cosa studiamo, perché abbiamo scelto una strada o un’altra, dal liceo fino all’università dove molti ragazzi perdono la vita, perché schiacciati dal peso delle responsabilità di una società che li spinge a fare di più, a dover eccellere in mezzo al gregge.
Se non eccelli oggi, non sarai nessuno domani, questo è il mantra che imperterrito macina nelle nostre menti, dalla mattina alla sera.
E noi chini, come schiavi, ci facciamo plagiare da una filosofia di vita, che forse non sempre ci appartiene.
L’università non può essere la strada giusta per tutti. Magari a volte è proprio la strada sbagliata, magari cercarsi la propria in mezzo al marasma di gente che affolla i marciapiedi è la cosa più difficile, ma forse la migliore.
Io ho fatto 5 anni di università, due master, con la promessa di ottenere un lavoro, spendendo un sacco di soldi inutili che avrei potuto forse destinare ad altro, visto che poi il lavoro me lo sono trovato da sola.
Volete sapere cosa ho ottenuto? Uno stage sottopagato in una grande azienda di comunicazione, dove mi hanno messa in un team a lavorare su tutto, meno quello che mi avevano promesso in sede di colloquio.
Mi avevano promesso creatività, poter parlare lingue straniere, e invece tutto quello che dovevo fare era inviare newsletter già impostate, e scrivere news su temi bancari.
Immaginatevi che creatività…
Non paga di questa infelice esperienza mi sono lanciata nel magico mondo dell’editoria, con un altro stage sottopagato in una grande azienda dalle mille potenzialità.
Eppure dopo quasi 6 mesi di stage mi sono ritrovata a dover gestire una situazione quasi inverosimile.
Non solo le promesse di assunzione che mi avevano fatto si erano trasformate in menzogne, ma quando ho chiesto loro di capire cosa avrei fatto dopo lo stage, mi sono ritrovata con una proposta di “collaborazione” a 800 euro netti al mese, dove per “collaborazione” si intendeva dover lavorare per loro full time, senza la possibilità di avere altre entrate, perché il tempo, si sa, non è illimitato.
Come fa una persona di 25/35 anni a vivere con uno stipendio del genere e magari costruirsi una famiglia?
Qualcuno vi prego mi dia la risposta.
Insomma, alla fine forse sono proprio le piccole realtà a darti speranza, a cogliere quelle potenzialità che sono insite nell’assumere persone giovani e con tanta voglia di imparare.
Ma io vi dico questo, non sprecate energie, forze e pazienza a fare qualcosa che non vi vada di fare o non vi piaccia, non sprecate il vostro tempo ad accontentare gli altri, non cercate la vostra strada dove già sapete che non la troverete mai.
Siate felici per chi siete, che non dipende da quanti 30 prendete all’università.
E se fallite, sappiate che è proprio lì che comincia il vero cammino per la felicità.
Scrivete qui i vostri commenti o consigli su come essere davvero felici senza stage sottopagati!

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