OSTAGGI 2.0
Leggiamo questo tipo di notizie tutti i giorni.
Ogni volta che apro Linkedin una parte di me muore e si
spegne. Sì, la parte che ci credeva, la parte che ha studiato e che si è
ammazzata sui libri notte e giorno, la parte che si svegliava alle 4 di notte
con l’ansia di chi pensa di non sapere e che poi fiera andava all’esame
prendendo bei voti. Lo facevo con passione, sempre e mai aspettandomi niente in
cambio, se non un minimo di riconoscimento per gli sforzi fatti.
E invece no, invece del riconoscimento, sono dalla parte degli
sfruttati, e me le sento addosso quelle notizie.
Ma quali?
Pagine e testate come La Stampa, Torcha, Factanza, La
Repubblica, e tante altre ancora, non fanno altro che postare storie di ragazzi
precari, storie di vite al limite tra lo studio e la ricerca disperata di un
lavoro sempre e soltanto sottopagato.
“Contratti di rimborso spese mensile di 500 euro per
lavorare 40 ore alla settimana, senza giorno libero. Dopo tre mesi me ne sono
andata, non ce la facevo più.”
Così inizia l’articolo letto oggi di una ragazza laureata,
pugliese d’origine milanese d’adozione.
E mi prudono le mani, perché penso che queste cose sono
successe anche a me, continuamente, e sarebbero potute non finire mai, perché
come sappiamo in Italia non esiste uno straccio di legge che tuteli gli stagisti,
né uno stipendio consono alle responsabilità richieste, e a volte nemmeno
esiste chi sappia cosa sia uno stage, per cui i ragazzi spesso si trovano a gestire
situazioni al limite del credibile, dove non sanno cosa fare, perché non hanno
tutor che li aiutino nelle attività, e nessuno che li guidi.
“Purtroppo, nelle mie passate esperienze ho creduto
ingenuamente a promesse, chiaramente mai mantenute nei fatti, che partivano
sempre con la frase “Iniziamo con un mese e poi vediamo come va”. Le mansioni
di questo stage erano le più disparate, tutte senza un reale affiancamento
professionale. La formazione, se così la possiamo chiamare, consisteva in
alcuni corsi online a pochi euro che non mi insegnavano quasi nulla. In
compenso, dovevo coprire i buchi dell'organico in diversi ambiti, senza avere
però vicino un vero e proprio tutor. Il tutto, lavorando con il mio pc. Sono
passata dalla pianificazione dei siti web dell'agenzia ai piani di marketing,
con responsabilità randomiche. A un certo punto addirittura il capo mi aveva
dato un romanzo dal quale avrei dovuto creare uno script per un cortometraggio
senza nessun tipo di aiuto”.
Questa è la testimonianza agghiacciante di Serena a Milano
nel settore della comunicazione. Ma non è davvero l’unico settore in cui si sentono
storie come questa, anzi.
Più mi informo, e più mi trovo di fronte storie dello stesso
tipo, cambiano i nomi, il settore lavorativo, ma la sostanza resta quella…
E proprio quando pensi che nient’altro possa aggravare la
situazione, leggi che il nostro caro governo Meloni ha deciso di stanziare
soltanto il 6% dei fondi Ue per l'occupazione giovanile, pari a 26
milioni di euro sui 467 a disposizione.
Il programma nazionale per l’occupazione giovanile è stato
registrato come la performance peggiore in termini di spesa certificata
rispetto a quella prevista. Sono dati che emergono da un’analisi del portale
Cohesion Data della Commissione europea sulla programmazione 2014-2020. Si
tratta dello Youth Employment per la formazione e l'accompagnamento al lavoro
(comprende anche finanziamenti a startup e imprese under30).
Secondo un post di Torcha che raccoglie analisi della Fondazione
Di Vittorio dal titolo “L'Italia tra questione demografica, occupazionale e
migratoria”, tra 20 anni l'Italia avrà quasi 7 milioni di lavoratori in meno.
È spaventoso pensarla in questi termini, ma questa è la
realtà, perché se le cose non cambiano in effetti l’Italia diventerà un paese
per vecchi, motivo per cui l’occupazione giovanile riguarda davvero tutti e non
solo i giovani, come forse ancora si pensa.
Che dire a chiusa di questo articolo non proprio
incoraggiante… si potrebbe fare di più, pensare che i giovani sono davvero il
futuro e riuscire a costruirlo insieme.
Ma intanto, mentre naufraghiamo alla deriva, gli articoli fioccano
senza sosta, le parole si gettano al vento, e nulla cambia affatto.
Il quadro scelto è Jean Fautrier, "Tete d'Otage n°
20", mi sembrava piuttosto appropriato.

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