L'ARMA MIGLIORE
Ci sono molti momenti nella vita in cui mollare è forse la decisione più giusta da prendere.
Momenti in cui il grigio diventa inspiegabilmente il nostro colore preferito, e ce ne appropriamo così da non vedere più nitidamente, ma avvolti da una spessa nebbia ci muoviamo nelle strade come fantasmi .
Essere precari a volte non significa solo percepire uno stipendio
apparente, senza realmente essere indipendenti.
Non significa solo non riuscire ad arrivare a fine mese senza l’aiuto
dei propri genitori (quando si ha).
Non significa solo sottostare ad orari straordinari, quando sul
contratto non vengono specificati, né significa solo non avere ferie o giorni
di riposo, o non poter accedere ai contributi, non avere giorni di smart
working come gli altri.
Non significa solo non avere diritti.
Essere precari significa anche sentirsi trattare con toni e modi
che tendenzialmente non si riserverebbero nemmeno agli animali, significa
prendersi strigliate continue per piccoli errori, e disattenzioni. Quando sono
proprio queste che fanno parte del percorso dello stagista, essendo da
contratto un periodo per imparare.
Significa che chi è al di sopra di sé, sicuro al caldo nel suo bel
posto fisso, invece che farti da tutor spesso se ne approfitta e ti tratta come
un cane, urlandoti addosso che non sei capace, che sei un ritardato (come se
questo dovesse essere considerato un insulto) che non siamo più all’università
e devi darti una svegliata.
Ti danno contro, addosso, cercando di farti male, di farti cadere
e sbagliare sempre di più, apposta, per non dover dividere con te lo status di
assunti.
Eppure, per quanto ci siano tante esperienze che ho sentito, da
amici, colleghi, conoscenti, persone incontrate per caso una sera a Milano, nessuno
fa niente, nessuno alza il dito per dire “Sì è successo anche a me, denunciamo
questo tipo di sfruttamento, non solo fisico ma anche psicologico!”.
La verità è che quello che succede a molti giovani oggi è quello
che è sempre successo nel mondo del lavoro.
Quando entro la mattina in ufficio e mi trovo a che fare con
persone che non mi valorizzano, non comprendono la mia persona e le mie
capacità, mi sento davvero affranta, ma poi penso che probabilmente la
cattiveria che accompagna quei toni sprezzanti nei miei confronti è la
cattiveria che covano per la loro vita insensata e frustrata.
Nessuno fa niente sapete perché?
Perché la verità è che abbiamo paura, paura di lasciarci alle
spalle le “ottime” (eufemismo) opportunità che il mercato del lavoro ci offre,
paura di chiuderci una porta sapendo che ci saranno altri mille come noi pronti
ad aprirla, a fregarci quei 400 euro al mese che ci fanno respirare,
sopravvivere.
Ma vi dirò una cosa, a volte il sorriso è l’arma migliore, contro
ogni sguardo d’invidia, e ogni parola malata di cattiveria.
Uno sguardo fiero che ci porti oltre tutto e tutti, a camminare a
tre metri da terra, è la vittoria che possiamo augurarci ogni giorno.
Sì, non è facile, ma è possibile.
Per non mollare oggi e cambiare il domani.
Commentate consigli, o se solo vi siete mai sentiti così.
Fa bene sfogarsi.


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