IL SALARIO MINIMO PER RISANARE L'ECONOMIA DI UN PAESE ALLA DERIVA
Salario minimo a 9 euro lordi, compreso di TFR, tredicesima e quattordicesima.
Questa è la proposta fatta in questi giorni dall’opposizione
al governo.
Mentre la destra crede di fare dell’Italia un modello da seguire,
consentendo agli imprenditori, e alle aziende di prorogare i contratti a tempo
determinato, e di agevolare chi assume under 36 (lo avevo già scritto
nel precedente articolo, ma mi sembra giusto ribadirlo).
Non ci vuole poi tanto a capire che queste decisioni non
fanno altro che rendere precari i lavoratori italiani, e instabile il mercato
del lavoro, già stressato, di questo paese.
Ma Giorgia si preoccupa dei contratti collettivi, invece di ristabilire
un chiaro e limpido modus operandi nelle trattazioni contrattuali, avallando
così le contrattazioni illegali che scendono sempre di più, soprattutto per
lavoratori che non rientrano nelle logiche dei contratti collettivi.
Siamo alla deriva.
Stamattina alla trasmissione 24 mattina di Simone Spetia su Radio24, Walter Rizzetto, Presidente
Commissione Lavoro pubblico e privato alla Camera dei Deputati ha affermato che
l’Italia è, per quanto riguarda le logiche di crescita economica, più
avanti di molti altri paesi in Europa, e anche della Germania, dove il salario minimo
ormai è scolpito sulla pietra delle istituzioni, e da 9 euro è passato a 12
euro (lordi) l’ora negli ultimi tempi.
L’Italia è un paese dove i salari dei dipendenti non
crescono dagli anni ’90, e se facciamo due conti, siamo nel 2023… sono 30 anni
che la nostra economia sembra una palude stagnante dove forse anche Dante avrebbe
scritto: “Lasciate ogni speranza o’ voi ch’entrate”.
L’incapacità di tradurre in decisioni politiche e sociali le
necessità effettive e tangibili degli italiani si sposa con questo governo di
zotici, ignoranti che trovano nei tempi andati della dittatura fascista, sorte
infausta di questo paese, una chimera a cui aggrapparsi per non guardare in
faccia la realtà.
Gli argini della nostra penisola non contengono più la
crescita capillare della povertà soprattutto nelle generazioni più giovani, che
si affacciano a volte timidamente, altre eroicamente, al mercato del lavoro dopo
anni di studi e notti di sogni, infranti al primo contratto di stage dove
spesso la contrattazione illegale sullo stipendio è l’unica regola che conta
alla luce del giorno e sotto gli occhi di tutti.
La sicurezza beffarda delle imprese che si siedono comodamente sul “tanto funziona così” ha
stufato anche gli universitari che non sanno (ipoteticamente) ancora cosa li
aspetta; lo abbiamo visto nelle proteste di qualche tempo fa sul caroaffitti.
Il discorso che credo sia importante fare è che non si tratta di fazioni politiche, di ideali o di chi vota chi. Si tratta di capire che siamo come una nave che affonda, lentamente, negli abissi della precarietà e della disoccupazione forzata. Si tratta di capire che è giusto e corretto fermare la crisi demografica che riguarda tutti, ma soprattutto i giovani (in quanto futuro di questo paese), partendo proprio da un tema caldo, che preoccupa sempre di più.
Per l’aumentare di stage come modello ormai istituito di “gavetta
lavorativa”, per una logica del lavoro collettiva che tradisce già dall’interno, con i cosiddetti
Contratti Pirata, e per la quasi assente voglia e possibilità di mettere al
mondo nuove generazioni, dobbiamo restare uniti affinché venga istituito il
salario minimo.
Il quotidiano online Torcha scrive oggi su Linkedin:
“In Italia esiste di fatto un "salario minimo" per
l'89% dei lavoratori dipendenti e viene stabilito non a livello nazionale, ma
tramite i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, stipulati da aziende e
sindacati”.
Quindi il nostro paese determina i salari in base ai
contratti collettivi, CCNL. Il che teoricamente non è sbagliato, ma ci sono alcune
problematiche, le prime due che mi vengono in mente sono che le aziende non sono obbligate assolutamente ad
aderire ai contratti collettivi, perciò, i dipendenti comunque non sono
tutelati, e che non tutti i lavoratori sono inclusi, molti
lavoratori autonomi non hanno questa regola, come anche i lavoratori nel settore
agricolo.
C’è chi dice (e la destra si appella a questa convinzione) che,
se il salario minimo venisse applicato, com’è stato proposto dai partiti dell’opposizione,
forse i dipendenti non sarebbero altrettanto tutelati come ora, poiché le
aziende potrebbero approfittarsene per uscire dai contratti collettivi e
sottopagare il lavoratore.
I dati però parlano chiaro:
- I contratti collettivi coprono circa l’89% delle aziende con almeno un dipendente.·
- Negli ultimi 10 anni la popolazione è diminuita di 1,5 milioni di abitanti.
- Secondo i dati Inps sono circa 4,6 milioni i lavoratori che non arrivano ai 9 euro lordi previsti dalla pdl se non si tiene conto dei ratei di tredicesima e Tfr.
- L’Italia resta uno dei paesi con maggior incidenza di tasse e contributi statali sul costo del lavoro.
- I prezzi delle case/camere si alzano, e i lavoratori autonomi prendono sempre la stessa cifra.
Gli stipendi si abbassano e il costo della vita si alza…
città come Milano dove il guadagno medio è di 1.800 al mese, un affitto ti
costa dai 600 (per una stanza) a 1000 e passa euro al mese (per mono-bilocali
in periferia).
Quindi una persona normale dovrebbe imparare a vivere con
800 euro al mese?
La problematica resta perché il governo dei neofascisti che
prende le decisioni di questo paese fa solo grossi buchi nell’acqua, tardando
sui provvedimenti del PNRR, aumentando il gap tra le classi; quelle povere
diventeranno ancora più povere mentre i ricchi diminuiranno e avranno sempre
più potere d’acquisto.
E voi cosa ne pensate?
Salario minimo sì o no?


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