L'OMOLOGAZIONE COME ANTIDOTO AL FALLIMENTO

 


Il 1° febbraio del 2023 una studentessa dell’Università Iulm di Milano va in bagno, si stringe la sciarpa attorno al collo, al punto da soffocare, togliendosi il respiro e la vita.

Sul biglietto che ha lasciato alla famiglia compare una parola tra tutte: “fallimento”.

Passa qualche giorno e sempre in Italia, Diana esce dal suo appartamento a Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, dicendo ai genitori che sarebbe andata a stampare la tesi.

A Diana mancava ancora un solo esame prima di cominciare a scrivere la sua tesi, eppure lei già ci pensava, e nella sua mente forse non si sentiva all’altezza di quella prova.  

La sera dopo quell’uscita il suo corpo viene ritrovato in un burrone, senza vita.

Diana si è suicidata.

In Italia il tasso di suicidi tra i giovani è tanto, troppo alto.

Secondo l’ISTAT, il 5% dei 4.000 suicidi annui in Italia è rappresentato proprio dalla fascia dei giovani d’età inferiore ai 24 anni.

Ma a spaventarmi non è il dato in sé, è il movente, la radice che è da ricercarsi nella vergogna.

La vergogna di non essere all’altezza, di aver disatteso le aspettative di familiari e amici. La stessa implacabile vergogna di aver fallito nel cercare di perseguire esasperanti traguardi di una società che ci vuole primi su tutti i fronti, vincitori di competizioni inutili che ci rendono schiavi di logiche disumane.

Non è un caso che già all’università gli studenti sentano il peso dei modelli sociali che li schiacciano, e non riescano a distinguersi per le loro modalità e soprattutto con i loro tempi.

Nella società dei vincenti il fallimento terrorizza, non solo all’università, ma anche al lavoro, perché non viene accettato ma visto come un’onta indelebile, e sempre di più i giovani si sentono marchiati come lenti, pigri, inefficaci.

Ma qual è l’antidoto al fallimento?  

Bisogna essere tutti uguali, tutti pronti a sfide insormontabili, a opportunismi ipocriti, e bisogna avere la capacità di scavalcare gli altri con indifferenza.

L’omologazione, figlia della società dei consumi, ha messo a rischio le nostre diversità, rendendole superflue e inutili; invece, è proprio su queste che si formano i nostri talenti, unici e irripetibili.

L’eccellenza è straordinarietà, è il valore che dovremmo perseguire, dando importanza alle nostre diversità, poiché non è vero che siamo tutti uguali, ognuno può fare quello che può, ognuno ha le proprie potenzialità, la propria intelligenza e la propria missione nella vita.

Leggo testate giornalistiche che campeggiano nei titoli: “Oggi i giovani sono per lo più insoddisfatti” e penso forse anche per colpa di questa omologazione sociale, diventata quasi uno stigma, e invero in un’età che cinquant’anni fa era etichettata come “da marito”, spesso non sanno cosa vogliono fare del loro futuro.

Eppure, le notizie, che viaggiano ormai speditissime da device a device, non fanno altro che indurre i Millennial e la Gen. Z ad alzare l’asticella dei loro obiettivi personali, per non cadere nell’oblio di un’esistenza banale.

“Il mondo corre, e chi resta indietro è perduto”.

Questa frase me la diceva sempre mia madre, e io avrei voluto dirle che il mondo dovrebbe aspettare e imparare a cogliere la bellezza nella particolarità, valorizzando le diversità di ognuno di noi e non fare dell’omologazione l’insegna a neon a cui prostrarsi come pecore bianche.

Ma il punto è che, se le regole per l’approvazione da parte della comunità sono da ricercarsi nel raggiungimento del successo (ove per successo non si intende quello personale, ma meramente professionale) e della perfezione, venir meno a queste regole porta all’emarginazione e conseguentemente alla solitudine.

La realtà è che per avverare i propri sogni, la strada è impervia e la competitività come meccanismo di prevalsa sugli altri, e come diretta conseguenza dell’omologazione sembrerebbe essere l’unico modo che conta per arrivare alla meta, anche se non tutti ce la fanno.

Diana non ce l’ha fatta.  

 

 

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